martedì 17 dicembre 2013

Non valgo niente

Non mi ritengo un intellettuale, quindi non valgo niente.

Non ho letto i classici e quelli che ho letto li ho trovati a volte pesanti: preferisco i romanzi d’azione, avventura e horror. Anche qualche film. Quindi non valgo niente.

Pretendo di diventare uno scrittore senza aver mai frequentato un corso di scrittura e senza avere la volontà di farlo in futuro. Quindi non valgo niente.

Adoro giocare ai videogiochi e vedo in alcuni di essi una forma d’arte. Quindi non valgo niente.

I miei cantanti preferiti sono John Denver e Katy Perry. Quindi non valgo niente.

Mi sono laureato col massimo dei voti in biologia molecolare, ma ho scelto di cercare un lavoro qualunque. Quindi non valgo niente.

Non ho l’ambizione di fare carriera, ma solo di mantenere un buon posto di lavoro e di poterlo sempre svolgere al meglio. Quindi non valgo niente.

Non ho amicizie influenti e, se anche le avessi, non le sfrutterei per i miei scopi, perché non mi piacciono i raccomandati e non voglio diventare uno di loro, per coerenza. Quindi non valgo niente.

Non ho mai votato centro-sinistra, quindi non valgo niente.

A vent’anni, anziché darmi alla pazza gioia da post-adolescenza, mi sono sposato e ho fatto figli. Quindi non valgo niente.

Ho smesso di credere nella Chiesa e nutro più di qualche dubbio anche sull’esistenza di Dio. Quindi non valgo niente.

Ma sapete una cosa? Mi sento libero.

E felice.

martedì 3 dicembre 2013

Lo strappo nel cielo di carta

«Ora senta un po, che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.»

Sebbene l’interpretazione di questo passo de “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello vada in un’altra direzione, mi è tornata alla mente proprio l’altro giorno, mentre leggevo un romanzo di qualche anno fa (non citerò titolo né autore, ma si tratta di un pezzo grosso). Leggevo, appunto, e la storia scorreva via abbastanza piacevole, forse solo un tantino prolissa, quando mi sono imbattuto in un madornale errore sfuggito all’editing. Niente di eccezionale, a ben pensarci: si trattava della ripetizione dello stesso avverbio due volte nella stessa frase. Eppure è bastata quella svista a catapultarmi fuori dalla storia e ho dovuto fare un profondo sforzo di concentrazione per rientrarvi.

Non fraintendetemi. Non sto facendo il pedante che, ora che ha pubblicato un paio di romanzi, va a cercare i peli nell’uovo. Al contrario, la riflessione che sto facendo riguarda in prima persona me e la mia produzione. D’altronde, la passione per la lettura mi ha spinto a cimentarmi con la scrittura e sarà sempre la passione per la lettura a fornirmi gli strumenti per migliorarmi. Talora per emulazione, talora per “contrapposizione”.

Ebbene, tornando a quel refuso, ho ripensato allo strappo nel cielo di carta di Pirandelliana memoria. Perché un romanzo di fiction altro non è se non un teatrino delle marionette costruito con le parole dello scrittore, che è allo stesso tempo architetto delle scenografie e autore della sceneggiatura e dei dialoghi. Il bravo scrittore, quello che vorrei diventare un giorno, è colui che, oltre a imbastire la scena, la manovra, muovendo i fili dei suoi personaggi senza far riconoscere la sua presenza al pubblico.

I casi più eclatanti in cui questo non avviene, casi di cui ho avuto qualche esperienza sia diretta e personale – rileggendo alcuni dei miei primi racconti, ad esempio – che indiretta – soprattutto partecipando al Torneo IoScrittore – riguardano veri e propri paragrafi in cui l’autore interviene con giudizi personali riferiti a quanto sta raccontando. Più che di uno strappo nel cielo, si tratta di un radicale cambio di prospettiva: l’impalcatura stessa del teatrino crolla ed eccolo lì, il burattinaio maldestro.

In altri casi, e parlo dei grandi autori (perché in fondo anche nei libri dei migliori può scappare un refuso), basta una ripetizione, un verbo mancante, una virgola al posto sbagliato, un nome errato a generare nel lettore una reazione di sicuro meno violenta, ma comunque deviante. Come nel caso che citavo all’inizio.

Perché la magia della lettura sta nel lasciarsi trascinare in un mondo parallelo che, per le ore che dedichiamo al libro, diventa unico, concreto e totalizzante. Molto più di quanto accade con un film, che ci mostra solo quel che inquadra la telecamera e che deve conquistare la nostra attenzione combattendo contro gli elementi di disturbo intorno al televisore. Con un libro, la storia non è davanti ai nostri occhi, ma prende forma e consistenza nella nostra mente, a 360 gradi, e poi ci ingloba al suo interno.

E sono proprio quelle piccole o grandi sviste di autori ed editori – e sempre più comprendo l’importanza di ripetute riletture e di un attento editing delle opere – che  attentano a questa magia, aprendo falle nel mondo che ci costruiamo e lasciando entrare spiragli di realtà. Lasciandoci spiazzati come la marionetta di Oreste.


Niente di grave, beninteso, ci sono problemi peggiori che affliggono l’umanità. Ma, almeno qui, mi piace poter parlare anche di questioni più “filosofiche”.

giovedì 14 novembre 2013

Io amo Viadana

Una delle esperienze migliori che ho vissuto quest’anno è stata la mia partecipazione alla “Terza Fiera del Libro del Territorio tra Oglio e Po”, tenutasi a Sabbioneta il 5 Maggio 2013. Sono stato cortesemente invitato a quella festa dal responsabile della Società Storica Viadanese Giuseppe Flisi, per tenere una presentazione de “L’eredità”, che è poi stato messo a bancarella assieme ad altri libri e saggi di autori della zona. La cosa bella è che a quella presentazione hanno preso parte qualcosa come dodici persone, di cui quattro erano miei famigliari e amici.

Come posso giudicare così bene una simile esperienza, dunque?

La risposta sta nel titolo di questo post. Io amo Viadana. Che, in senso lato, significa che io amo la mia terra. È difficile, credo, sentire esternazioni del genere, soprattutto in tempi recenti, dove rimanere tutta la vita nello stesso luogo (quello di nascita, peraltro) è visto quasi come un fallimento. L’Europa è ormai dietro l’angolo, l’America o l’estremo Oriente sono a poche ore di volo; con l’inglese e internet trovare lavoro fuori dall’Italia è più semplice e l’esperienza si rivela gratificante, remunerativa, qualificante (senza contare che spesso è l’unica alternativa alla disoccupazione e alla depressione da “viviamo-in-un-Paese-ridicolo”).



Eppure io, sebbene in più di un’occasione abbia manifestato un certo disgusto per le dinamiche che sviliscono l’Italia come nazione, non ho mai perso l’attaccamento alla mia terra natale, intesa proprio come Viadana e dintorni. La terra dove è nato e cresciuto mio nonno, prima di mio padre, me e mio figlio: quattro generazioni dislocate in abitazioni raggruppate nel raggio di 600-800 metri, nella piccola frazione di Cicognara.

Per questo, quando ho cominciato a scrivere, consapevole fin dal primo momento di quali potevano e dovevano essere le mie reali ambizioni, mi sono posto come obiettivo quello di donare qualcosa a quella terra a cui tanto mi sento legato. Sapevo che non sarei mai diventato uno scrittore di fama nazionale, ma nessuno poteva e potrà impedirmi di lavorare e impegnarmi per essere riconosciuto come scrittore (o pseudo-scrittore) di fama viadanese. Non a caso scelgo sempre di tenere la prima presentazione proprio a Viadana, abitudine che anche l’amico (e vicesindaco) Dario Anzola mi ha invitato a non perdere.

Non voglio ricevere onori, ma lasciare qualcosa in eredità, un segno del mio passaggio. Come stanno facendo molte altre persone o organizzazioni le quali, ognuna nel suo piccolo, rendono migliore Viadana, la fanno crescere. Mi riferisco, tra gli altri, ad artisti come Franco Mora e Pèdar; colleghi scrittori come Ivano Porpora, Michael Archetti, Roberta Marzano e, dal punto di vista storico, Luigi Cavatorta; a gruppi e associazioni culturali; e a decine di altre persone e istituzioni che potrei citare (e che potete citare voi nei commenti, se vi va).



Insomma, mi piacerebbe che, tra sessanta-settant’anni, qualche anziano al bar possa raccontare al nipotino che negli anni duemila a Viadana c’era un gran fermento culturale: chi cantava, chi dipingeva, chi scriveva. E tra questi ultimi c’era anche un certo Livorati («Ma Livorati come quelli che abitano qui a Cicognara?» chiederà il bambino. «Sì, penso fosse loro parente, anche se aveva un nome strano. Perché i Livorati han sempre vissuto qui» risponderà il nonno). L’invito alla Fiera del Libro del Territorio, con cui ho aperto il post, ha rappresentato un primo riconoscimento in questa direzione e mi ha riempito di orgoglio.

A dimostrazione che i numeri (vendite, guadagni, quantità di presentazioni e di partecipanti) non contano niente. Impegnarmi per valorizzare la mia esistenza e per lasciare qualcosa che mi leghi alla storia del mio paese, quello conta. Non esisterebbe ricompensa migliore al mio lavoro.

giovedì 31 ottobre 2013

Un racconto per Halloween

Il blog Le Recensioni di Chiara ha indetto per Halloween un simpatico contest che mi ha coinvolto, portandomi a scrivere questo brevissimo racconto che mi ha portato fuori, per un po', da Alethya. Niente di speciale, ma a me piace il finale, quindi lo posto anche qui. Ditemi la vostra!


PRIMA DELL'ALBA

Dio Santo, sono occhi quelli!
Non è un’illusione, non può essere come quando la camicia appoggiata alla sedia ti appare come una persona accucciata, perché riconosco il bianco delle pupille. Sono due punti più chiari nell’oscurità della stanza, azzurrognoli per il riflesso della spia del mio cellulare in carica. È questo particolare a farmi capire che sono reali: riflettono la luce.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Il resto della forma nera che sembra fissarmi, immobile davanti al nostro letto, è indefinita, ma quegli occhi e la paura – la paura, sì, è soprattutto lei a farmi registrare i particolari, per alimentarsene – mi suggeriscono contorni umani. Bambineschi. È una figura minuta, che arriva forse all’altezza del lato inferiore dello specchio alla parete. Le spalle cadenti, le braccia abbandonate lungo i fianchi, il capo riccioluto e rigido.
Non ho il coraggio di muovere altro che gli occhi. Temo che possa accorgersi anche di quelli e pure del respiro che ha involontariamente cambiato ritmo, da quando mi sono svegliato e l’ho intravisto. Provo a rallentarlo, a inspirare ed espirare con la lentezza di chi dorme.
Le lenzuola mi sono scivolate sulle gambe, lasciando scoperto il ventre. Persino la canottiera è risalita e quel piccolo rettangolo di pelle esposta mi fa sentire vulnerabile. Mi convinco che questa figura, chiunque sia, alla fine mi attaccherà proprio in quel punto, proprio per quel punto scoperto. Vorrei, dovrei coprirmi, nascondermi sotto le lenzuola fin oltre la testa, come facevo da bambino quando avevo paura dei ladri. Ma allora lo facevo al minimo rumore, al minimo, anomalo spostamento dell’aria, quando ero ancora in tempo. Oggi no, è tardi, chi può farmi del male è già al mio cospetto e se mi muovessi sarebbe ancora peggio. Perché saprebbe che sono sveglio e mi farebbe ancor più male.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Vorrei aver lasciato la porta aperta. L’orario proiettato sul soffitto – lo raggiungo a malapena spingendo gli occhi all’insù, fin quasi a rovesciarli sotto le palpebre – dice che sono le cinque passate e forse a quest’ora le primissime luci del mattino mi darebbero un contrasto migliore, mi mostrerebbero questa figura per ciò che è davvero. Forse scoprirei che sì, nonostante tutto è la solita illusione ottica, troverei una spiegazione al riflesso su quelli che mi sembrano occhi e potrei rilassarmi.
Ma la porta è chiusa e il buio profondo della stanza è rotto solo da quella minuscola lucina sul Samsung e dalla sua eco – sì, la definizione mi piace – dalla sua eco sdoppiata dagli occhi della figura. Così non posso dirmi con certezza se quello che mi sembra un braccio lo sia realmente, non posso tranquillizzarmi col pensiero che sto solo interpretando un addensamento di ombre. Non prima che la sveglia suoni, tra due ore, o che trovi il coraggio di accendere la luce.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Non avrei dovuto chiamarlo bambino. Ora che l’ho fatto, non riesco a pensare che sia nulla di diverso. I bambini fanno paura. Quanto sono carini e innocenti alla luce del sole, tanto diventano terrificanti nel contesto sbagliato. Li usano un sacco nei film proprio per questo, credo. E questo è un contesto sbagliato: è la mia stanza, è notte fonda e non ho figli. Se anche li avessi, non se ne starebbero immobili, al buio, a fissarmi. 



Teresa dorme al mio fianco, tranquilla nonostante il respiro affannoso. Non aveva il raffreddore ieri sera, non ricordo. Se solo si svegliasse... è stupido, è dannatamente infantile, ma se si svegliasse spezzerebbe l’incantesimo che mi tiene in scacco. Le racconterei della mia assurda paura come farei con un incubo e rideremmo insieme prima di riprendere a dormire.
Ma Teresa dorme e io non posso affidarmi solo alla mia razionalità per sottovalutare la figura che mi osserva. L’esperienza mi suggerisce che queste cose non esistono, ma la mente è meno forte e spavalda quando scendono le tenebre. E diventa bastarda e malleabile, come la mia, che anziché mostrarmi l’assurdità del mio terrore sembra piegarsi al volere di quest’ombra davanti a me e fa riaffiorare l’unico ricordo che non serve.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Quattro anni fa, ormai. Tornavo da una cena di lavoro alla quale non avevo bevuto. Scendevo dalla rampa di uscita della tangenziale e mi immettevo nella grande rotonda, quindi imboccavo la seconda uscita. Erano le tre del mattino e andavo abbastanza forte perché ero stanco e non vedevo l’ora di mettermi sotto le coperte. Abbastanza, ma non troppo forte, e con il pieno controllo delle mie facoltà. Ma la musica era alta nell’abitacolo e cantavo per tenermi sveglio.
Non so che cosa facesse in giro a quell’ora quel signore col suo nipotino. So solo che lui si chiamava Piretti e che il bambino aveva otto anni e che nessuno dei due si accorse che un’auto era in arrivo, prima di attraversare incautamente fuori dalle strisce pedonali e a ridosso dell’uscita dalla rotonda. Trovarono il vecchio senza vita a una ventina di metri, nella boscaglia, mentre il bambino smise di respirare tra le mie braccia, al centro della carreggiata. Lo sorressi fino all’ultimo, cercando di trattenere le lacrime mentre gli parlavo per tranquillizzarlo.
Mi scagionarono dopo due anni. L’accusa iniziale era di omicidio colposo, ma tutto indicava una mia totale assenza di colpa. Persino un testimone di cui non mi avvidi allora, ma che usciva dal bar poco distante e che aveva assistito all’episodio, raccontò della leggerezza del vecchio e mi fece passare dalla parte della ragione. Ma io non ho mai scagionato del tutto me stesso e ho passato inutili notti insonni a chiedermi che cosa sarebbe successo se avessi tenuto il volume della radio più basso, o se fossi andato meno veloce, o se avessi girato il volante del tanto necessario a evitare i due pedoni.
Non devo muovermi. Non devo muovermi.
Così, improvvisamente sono certo che questo ai piedi del letto sia proprio quel bambino. L’altezza è quella giusta, la corporatura anche. La rabbia che scorgo negli occhi sarebbe giustificata, sebbene in quella terribile notte li avessi visti verdi e lucidi di lacrime e comprensione e gonfi di speranza e fiducia nelle mie vuote parole e... L’ho aiutato, l’ho sorretto, l’ho accompagnato nella sua agonia: ma al volante ero io. L’ho strappato alla vita e merito il suo odio, qui e ora.
Merda! Un prurito. Proprio sotto al naso. Non resisto, non resisterò. Non proprio adesso, non posso muovermi. Cerco di resistere, ma il fastidio non passa, anzi sembra farsi sempre più insistente. Storco il naso, stringo le labbra, tutte smorfie che il bambino vedrà e ormai saprà per certo che non sto dormendo e potrà sfogare su di me il suo desiderio di vendetta e chissà...
Lo starnuto arriva, ma mentre mi abbandono allo stimolo, trovo il coraggio di allungare la mano e premo l’interruttore della luce.


Voglio vederlo in faccia, prima. 

mercoledì 16 ottobre 2013

Introduzione alla prima presentazione de "Il Ritorno di Beynul"

Viadana, 18/10/2013

Circa un anno fa eravamo in Sinagoga a presentare il mio primo romanzo edito. Alla fine vi avevo promesso, quasi come una minaccia, che ci saremmo rivisti l’anno dopo. E il fatto di essere qui stasera testimonia che ce l’ho fatta, che il sogno realizzato l’anno scorso può avere una continuità.

Non starò a parlarvi di chi sono, perché scrivo e da quando, tutti temi già trattati l’anno scorso. Cercherò di parlare di più del libro, perché è per quello che siete venuti. Ma, come premessa, vorrei raccontarvi che cosa ho scoperto durante quest’anno.

Ho scoperto, o meglio ho confermato, che il mondo dell’editoria è più che complesso. Dietro alla manciata di editori famosi ci sono centinaia di case editrici medio-piccole, ognuna delle quali pubblica decine e decine di autori. Ci sono poi molti servizi di auto-pubblicazione, di cui si servono centinaia se non migliaia di scrittori. E ci sono altre migliaia di individui che hanno un manoscritto pronto e in attesa di trovare un editore. Questo per dire che farsi largo in un settore come questo è un’impresa. Ecco perché ho imparato a definirmi non scrittore emergente, ma scrittore sommerso.

Ho scoperto che intorno a questo mondo ne ruota un altro fatto di persone che lavorano a supporto di chi scrive. Da una parte ci sono agenzie e siti pseudo-pubblicitari a pagamento, ma dall’altra molti giovani che gestiscono siti, blog, riviste messe gratuitamente a disposizione degli emergenti. Ho trovato così ragazzi e ragazze che hanno recensito il mio libro, che mi hanno intervistato, che mi hanno concesso dello spazio. E che mi hanno fatto crescere.

Ho scoperto che esistono un sacco di fiere e manifestazioni che accolgono con entusiasmo le opere degli scrittori emergenti. Ho partecipato al Buk di Modena, alla manifestazione fantasy di Pandino, mentre l’anno prossimo, oltre a queste, dovrei essere al Fantasy Books di San Giorgio di Mantova. A queste manifestazioni ho visto moltissima affluenza e la scoperta è stata sorprendente.

In altre parole sono entrato, come l’ho definita in un post del blog, in una città dei Lego. Come quelle riproducono in miniatura le sembianze delle grandi città, in ogni particolare, così l’esperienza di scrittore sommerso riproduce in piccolo la vita di un vero scrittore. Il milione di copie di Dan Brown diventano le mie 200 copie vendute, la sua intervista per il Time diventa la mia per il blog Letture al Contrario, le sue mille recensioni su IBS diventano le mie due o tre… ma, grazie al mio essere consapevole di chi sono, cosa faccio e soprattutto a quale fine, le emozioni che provo sono le stesse.

Il mio fine, appunto. Tanta gente mi ha chiesto a cosa ambisco, se scrivo per fare guadagni extra, quanto ho venduto e se ne sono soddisfatto. In breve, rispondo che scrivo perché mi piace. Banale, ma vero. Scrivere non è un mezzo, ma è il traguardo stesso. Il giorno in cui scriverò per ottenere qualcos’altro (fama, denaro) la mia scrittura sarà morta, il mio sogno infranto. Un calciatore di serie D dovrebbe rinunciare a giocare, se ama farlo, solo perché non lo ospitano in televisione o non lo coprono di milioni?

Per concludere, mi spiego più precisamente con un altro brano recente dal mio blog:

La mia scrittura è un fine. Un fine che a sua volta può avere effetti collaterali che possono chiamarsi perdita o guadagno, notorietà o cattiva reputazione, ma che non è asservito a nessuno di quelli. Se così non fosse, avrei dovuto fermarmi al primo rifiuto di un editore, alla prima recensione negativa, al primo contratto che prevedeva bassi diritti d’autore, ai primi dati di vendita.

Invece vado avanti, sempre con quell’ossimorica visione della vita: punta in alto restando in basso. Punta al 10, sapendo che forse realizzerai un 8 e che anche se gli altri lo giudicheranno un 6 non sarà un fallimento, ma un passo avanti verso quel 10. E se il 10 non arriverà mai, sarà stato comunque emozionante provarci. Viaggiare verso l’obiettivo. Tanto più se quel viaggio consiste nel fare una delle cose che ami di più nella vita.

Scrivere.

Benvenuti alla presentazione de “Il ritorno di Beynul”.

mercoledì 9 ottobre 2013

Il mio segreto

Il mio segreto, se mai ne ho uno, è nel non prendermi sul serio. Non troppo, almeno. E pur senza rinunciare alla ricerca del massimo risultato.

Sono sempre andato bene a scuola. Ho sempre ambito ai massimi risultati. Ma non ho mai trascurato altri aspetti della mia vita per perseguirli, né ho fatto di quegli obiettivi l'unico, o principale, traguardo. Ho sempre corso pensando alla medaglia d'oro, ma se durante il tragitto sentivo un'articolazione scricchiolare rallentavo e godevo del secondo o del terzo posto. Gli obiettivi non devono influenzare la vita: devono indirizzarla, ma sta a noi aggiustare il tiro se e quando vediamo che ne è giunto il momento.

Nella mia ancor breve esperienza di scrittore emergente (sommerso), sono entrato in contatto indiretto anche con molti colleghi o aspiranti tali che non la pensano come me. C'è gente che ritiene che o raggiungi il massimo, o trai il meglio da qualunque attività, o non ne vale la pena. Gente che scrive un libro e pretende che quell'opera non solo trovi un editore, ma garantisca guadagni e una seppur minima notorietà, con la motivazione che l'impegno profuso per scrivere deve essere valorizzato.

Non sono qui per criticare o imporre il mio pensiero. Semplicemente lo espongo, come altri fanno altrove.

Non è sbagliato scrivere pensando di dare vita a un capolavoro degno di un grande editore e di lauti guadagni. Sbagliato è, secondo me, ritenere che solo trovare un grande editore e lauti guadagni possa valorizzare ciò che abbiamo scritto. In altre parole, l'ambizione massima serve come linea guida, come ammonimento a dare il meglio di noi stessi in ciò che facciamo. Ma una volta portata a termine l'opera, è saggio confrontarci con la realtà e ridimensionare oggettivamente le nostre prospettive.

C’è gente che mi dice «Allora tu ambisci a diventare uno scrittore famoso», o «Quando scriverai un libro per la Mondadori...», o «Scrivi perché in questo periodo di crisi bisogna provarle tutte per guadagnare», o ancora «Quante copie hai venduto/quanto hai guadagnato?». Sono tutte domande che lasciano il tempo che trovano e che presuppongono che io scriva per qualcos’altro, che la scrittura sia un mezzo.

La mia scrittura è un fine. Un fine che a sua volta può avere effetti collaterali che possono chiamarsi perdita o guadagno, notorietà o cattiva reputazione, ma che non è asservito a nessuno di quelli. Se così non fosse, avrei dovuto fermarmi al primo rifiuto di un editore, alla prima recensione negativa, al primo contratto che prevedeva bassi diritti d’autore, ai primi dati di vendita.

Invece vado avanti, sempre con quell’ossimorica visione della vita: punta in alto restando in basso. Punta al 10, sapendo che forse realizzerai un 8 e che anche se gli altri lo giudicheranno un 6 non sarà un fallimento, ma un passo avanti verso quel 10. E se il 10 non arriverà mai, sarà stato comunque emozionante provarci. Viaggiare verso l’obiettivo. Tanto più se quel viaggio consiste nel fare una delle cose che ami di più nella vita.


Scrivere. 

lunedì 23 settembre 2013

Alethya: arriva l'app per Android!

Quando si dice provarle tutte...

Per promuovere il mio prossimo romanzo in maniera originale ho deciso di cimentarmi in un campo nuovo, cavalcando la moda del momento. Ecco a voi, allora, l'app per Android di Alethya - La Trilogia del Vaso, sviluppata dal sottoscritto. Ovviamente è gratuita, ma a differenza di altre app non potete trovarla sul Play Store di Google, bensì scaricarla direttamente dal link qui sotto: tranquilli, non si tratta di virus, è tutto sicuro e già testato su vari telefoni e tablet. 



Se volete dare un'occhiata all'app e entrare nel mondo di Alethya, seguite queste semplici istruzioni:

- sul telefono o sul tablet Android andate in IMPOSTAZIONI>APPLICAZIONI e attivate l'opzione "Origini Sconosciute";
- cliccate qui e poi su scarica;
- alla fine del download cliccate sul file e eseguite l'installazione.

Aspetto qualunque tipo di commento, se vi va. Grazie.