domenica 26 ottobre 2014

Riflessioni pre- e post-presentazione de "Il Segreto di Malun"

TUTTO È EVENTO

Quest’anno vorrei cominciare la presentazione in modo anomalo: dai ringraziamenti. Il ringraziamento va a voi, qui presenti, ed è un ringraziamento di cuore e che deriva da una riflessione che ho fatto qualche settimana fa. Perché vedete, tutto, al giorno d’oggi, è spettacolo. Tutto è evento. Tutti abbiamo qualcosa che ci appassiona e che, prima o poi, vogliamo mostrare, esibire, condividere. Vendere, anche.

È questo un fenomeno accentuato dall’avvento di internet e dalla diffusione dei social network, Facebook in particolare, che è il maggiore e quello che non a caso io stesso ho usato per invitarvi (forse con una leggera insistenza negli ultimi giorni, motivo per cui chiedo scusa…) Ecco, io, ad esempio, ho due-trecento amici su Facebook. Conosco gente che ne ha cinquecento, mille, anche di più (io sono socialmente poco “conosciuto”), quindi il discorso che andrò a fare sarà moltiplicato nel loro caso. Ebbene, tra gli amici ho altri scrittori emergenti come me, ma ho anche ballerini, cantanti, musicisti, attori, fotografi, truccatrici, modelle, sportivi, politici. E tutti, prima o poi, arrivano ad avere un evento da condividere e a cui mi invitano. Così, nel mio piccolo, ricevo due, tre, cinque inviti ogni settimana.

Non sto criticando questa pratica, anzi, e più avanti lo spiegherò meglio. Sto semplicemente registrando un dato di fatto. E lo sto usando per porvi i miei ringraziamenti. Perché sono certo che oggi ognuno di voi avrebbe potuto dedicare questa ora o poco più a mille altre attività, avrebbe potuto rispondere all’invito di altri amici. Invece avete scelto di venire da me, di vivere assieme a me l’ennesima piccola grande soddisfazione in questo percorso che, da quattro anni ormai, mi vede giocare a fare lo scrittore. Voi, come dico sempre, siete la vera ricompensa al mio lavoro. E ancora una volta voglio darvene atto, prima di cominciare a parlare di tutto il resto. 

Voi siete l’unica cosa che davvero conta!



UNA CONFESSIONE 

Dal momento che ho iniziato dai ringraziamenti, vorrei concludere con la prefazione. Proprio nella prefazione a “Il segreto di Malun”, infatti, faccio una confessione, sia a chi vorrà leggere il libro che a me stesso. La prefazione è stata scritta circa un mese prima della pubblicazione, prima di mandare la versione definitiva all’editore. E per la prima volta, senza pensarci, scrivendo ho ammesso a me stesso che la mia vena creativa aveva subito un forte rallentamento, diciamo pure uno stop.

A dicembre 2013 ho finito l’esperienza di Alethya, avendo concluso la scrittura del terzo volume. A gennaio mi sono dedicato ad un racconto lungo, che mi ha riportato alle mie origini thriller/horror e che ritengo un buon lavoro da poter pubblicare, un giorno. Poi mi sono buttato a capo chino sul nuovo romanzo, un thriller molto particolare che, all’inizio, mi ha assorbito e del quale ho scritto oltre cento pagine in due mesi. Ma è successo qualcosa. Notavo che la voglia di scrivere era sempre meno e che anche la qualità della scrittura stava calando. Inizialmente davo la colpa al cambio di genere e di stile, poi ho pensato che una certa influenza fosse giocata dal nuovo lavoro e dal conseguente cambio di ritmi e abitudini. Fatto sta che per tutta l’estate non ho praticamente scritto nulla, ma è stato proprio con la prefazione al nuovo libro che ho messo questo problema nero su bianco, anche con me stesso.

Una settimana dopo aver scritto quelle parole mi sono arrivati i volumi stampati del romanzo ed è scattata una molla, una scintilla, la stessa che si accende ogni volta che vedo il frutto del mio lavoro tradotto in un libro vero e proprio. Così mi sono detto che non potevo lasciare che la passione scivolasse via da me… e una sera, anziché stare davanti alla TV, mi sono letteralmente imposto di sedermi davanti al computer e scrivere. Sono rimasto lì un’oretta e ho scritto una sola pagina ed era orribile: ma avevo ricominciato. La sera dopo mi sono obbligato a ripetere l’esperienza e così le sere dopo ancora. Oggi, a due settimane di distanza, posso affermare ufficialmente che ho ripreso a scrivere a pieno regime, che il romanzo nuovo avrà una sua conclusione e che non ho mollato!

E ho fatto una nuova riflessione. Per il 90% del nostro tempo noi ci sacrifichiamo, mettiamo la nostra energia e il nostro impegno per fare qualcosa che siamo costretti a fare: il lavoro. Perché non dovremmo fare gli stessi sacrifici per qualcosa in cui crediamo, che ci appassiona? Allora, ricollegandomi a quanto dicevo all’inizio, ben venga che tutti abbiamo una passione da condividere, perché vuol dire che non lasciamo che il lavoro ci sottragga la voglia di impegnare il tempo libero che ci resta con qualcosa di produttivo! 


Ci lamentiamo spesso della crisi culturale del nostro paese e anche della nostra nazione in generale. È giusto aspettarsi che le istituzioni facciano la loro parte, ma sono anche convinto che se ognuno di noi, nel suo piccolo, continua a coltivare le proprie passioni e a renderle disponibili alla comunità, alla fine il sottobosco culturale continuerà a brulicare e a crescere. Io faccio la mia parte con i miei libri, altri con la musica, la danza, i lavoretti fai da te e quant’altro. Questo è il messaggio che vorrei lasciare oggi: non è importante che io scriva e venda i miei libri; è importante che io, come ognuno di voi, scelga di rendere la mia vita più interessante e aggiunga così valore al mondo in cui viviamo!

sabato 18 ottobre 2014

RECENSIONE: "Eros e Tano", di Mario Magro


TITOLO: Eros e Tano
AUTORE: Mario Magro
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: Amazon

LA MIA RECENSIONE

Eros e Tano è un breve racconto tra l'ironico e il surreale, ma che per certi versi viene descritto meglio dall'aggettivo geniale. Parla, riassumendo, dell'insolita patologia di Tano, il protagonista, il quale soffre di morti apparenti ogniqualvolta si conceda ai piaceri di un rapporto sessuale. Per sua sfortuna è una preda ambita dalle donne, pertanto nel corso del racconto assistiamo frequentemente al manifestarsi del suo problema. C'è dell'altro, che non svelo per non togliere tutto il piacere della lettura, che ha a che fare con ciò che Tano sperimenta nel corso dei suoi momenti di "morte".

Geniale, dicevo, perché dare vita a una storia del genere non è da tutti. Mi piacerebbe poter chiedere all'autore se abbia fatto prima ricerche sull'esistenza di una malattia simile a quella del suo protagonista, anche se non legata al sesso, o se l'abbia inventata di sana pianta. In ogni caso, tanto di cappello: per aver interpretato in chiave romanzesca e appena piccante una reale patologia, o per aver dato credibilità a qualcosa che rischiava di apparire come assurdo e minare le intere basi della storia.

Geniale anche perché si tratta una storia dal taglio fortemente ironico con uno stile attento, grammaticalmente impeccabile, calibrato alla perfezione sotto tutti gli aspetti: ritmo, costruzione del periodo, lunghezza dei capitoli, cinismo narrativo. Ho apprezzato moltissimo anche la capacità dell'autore di attirare l'attenzione del lettore, sin dalla primissima riga del racconto, di soddisfarla presentando un contesto insolito quanto quello che ho esposto sopra e di non lasciare che la ripetitività spegnesse la godibilità della storia. Perché, come dicevo prima, presto scopriamo che il problema di Tano può trasformarsi in un'opportunità, e in questo senso si dirige l'epilogo del racconto.

Unica pecca, se posso definirla tale, è proprio l'eccessiva rapidità con cui si passa dalla scoperta delle potenzialità della malattia di Tano, alla loro applicazione. Penso che l'autore avrebbe saputo deliziarci e divertirci con la narrazione delle sue "gesta" ancora per qualche pagina!

venerdì 10 ottobre 2014

RECENSIONE: "Con la mia valigia gialla", di Stefania Bergo



TITOLO: Con la mia valigia gialla
AUTORE: Stefania Bergo
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: IBS

LA MIA RECENSIONE


Nel mio personale percorso alla scoperta dei colleghi emergenti/sommersi, e in particolare nella deviazione che mi ha condotto verso i fratelli di editore alla 0111 Edizioni, mi sono piacevolmente imbattuto in questo libro. Al solito, non mi piace raccontare troppo della trama: basti sapere, in breve, che si tratta del resoconto di tre settimane che l'autrice/narratrice ha trascorso in Africa, come volontaria in un ospedale di Matiri, in Kenya.

Non si può parlare di romanzo, dunque. Ma non vorrei trarre in inganno gli eventuali lettori di questa recensione, così come è successo a me dopo le prime pagine: non si tratta di un mero diario. Ci sono gli elementi del "diario di bordo", è vero, ma con un'impostazione che ne previene la freddezza e il distacco e che in più di un'occasione è capace di invogliare la lettura, proprio come accadrebbe con un'opera di fiction.

Lo stile dell'autrice è fresco e veloce, la narrazione è incalzante come solo l'uso del tempo presente riesce a garantire. Il testo è tutta storia, senza fronzoli, con una fortissima componente descrittiva. L'ambiente africano e la sua gente vengono dipinti con tratti rapidi che però, nel loro insieme, rendono un'immagine completa, viva, definita. Anche gli elenchi che di tanto in tanto compaiono nel testo - ne ricordo ora uno che ha a che fare col cibo - non appesantiscono la lettura, allo stesso modo in cui piccoli dettagli su un dipinto lo arricchiscono e lo rendono più vero.

Il tema fondamentale del testo è, come prevedibile, l'amore per l'Africa, per un mondo nuovo che l'autrice scopre giorno dopo giorno e che, di rimando, la aiuta a scoprire e conoscere meglio se stessa. La semplicità delle persone, le loro difficoltà, il loro continuo vivere a cavallo tra la vita e la morte - le vicende ruotano intorno a un ospedale e in particolare al reparto di pediatria - ma anche l'amicizia che nasce con altri volontari, regalano all'autrice una prospettiva nuova, un diverso punto di vista. Così come, nelle notti africane, Stefania rimane a bocca aperta nell'ammirare un cielo stellato come non ne ha mai visti in Italia, allo stesso modo l'esperienza di Matiri sembra mostrarle la vita come qualcosa di nuovo e meraviglioso.

Il finale è un "non finale". Il viaggio dell'autrice finisce, ma il suo saluto all'Africa è solo un arrivederci. La nostalgia che sembrava prendere piede nelle ultime ore della sua permanenza viene immediatamente cancellata dall'intervento con cui Stefania precisa di aver dato più di un seguito alla sua esperienza, e in questo modo si chiude il libro colmi di sensazioni positive.

Due particolari che ho apprezzato molto sono l'inserimento di SMS alla fine di alcuni capitoli, che probabilmente sono trascrizioni di veri messaggi inviati all'epoca del viaggio e che fanno da sintesi a quanto raccontato nel libro, e il passo in cui l'autrice abbandona Matiri per raggiungere l'aeroporto, nel quale sembra di leggere un moderno, intenso "Addio ai monti" di manzoniana memoria, in declinazione africana.


Per concludere, il libro mi ha lasciato decisamente soddisfatto, pur essendo molto diverso da ciò che leggo di solito. Per una volta, però, mettere da parte l'intrattenimento di un classico romanzo e leggere qualcosa di vero e intenso, oltre che leggero e ben scritto, non mi ha fatto male. E non ne farà neanche a voi.

venerdì 3 ottobre 2014

RECENSIONE: "Alla fine dei Sogni", di Stefania Trapani



TITOLO: Alla fine dei sogni
AUTORE: Stefania Trapani
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: IBS

LA MIA RECENSIONE:


Ho dovuto riflettere un po' prima di dedicarmi alla sua recensione. Per il semplice fatto che Alla fine dei sogni è uno di quei libri che non si prestano a una fredda analisi, come si farebbe con un romanzo di pura "fiction", ma la cui interpretazione è legata a doppia mandata alle motivazioni che hanno spinto l'autrice a scriverlo. Io queste motivazioni non le conoscevo, ma la lettura di qualche altra recensione al romanzo mi ha permesso di farmi un'idea abbastanza chiara e di approcciarmi nel modo corretto alla valutazione del libro.

Il succo della vicenda è tutto nella quarta di copertina: la storia ruota intorno alle figure di Silvia e Michela, amiche per la pelle e vittime del destino. La prima per una indesiderata gravidanza alla quale vuole rimediare con un immediato aborto, la seconda per l'evoluzione tragica di un tumore al seno che ha sviluppato metastasi cerebrali incurabili. Destini diversi e a loro modo contrapposti - la certezza della morte per Michela trova il suo contrappunto nella nuova vita che prende forma in Silvia, seppure contro la sua volontà - ma che sconvolgono in egual modo la vita delle protagoniste.

La prima parte del romanzo, per quanto riguarda la trama, è tutta qui. Da metà in poi viene introdotto un elemento di svolta che, senza entrare nei particolari, da una lato accende nel lettore la speranza di un lieto fine, dall'altro dà inizio a una serie di eventi a cascata che condurranno fino al destabilizzante finale.

A una lettura fredda e distaccata, come dicevo, il romanzo apparirebbe una storia semplice, per certi versi stereotipata, in alcuni casi prevedibile. Le descrizioni non sono particolarmente dettagliate, i personaggi sono appena abbozzati, così come la loro storia personale che non viene approfondita se non per i dettagli strettamente inerenti alle vicende narrate. L'intera storia è raccontata in modo rapido, con un ritmo sicuramente incalzante che facilita la lettura, ma che in alcuni casi riassume in maniera esagerata avvenimenti che magari avrebbero richiesto uno spazio più ampio.

Eppure, dopo aver voltato l'ultima pagina ed essermi informato su internet, ho capito che il senso del romanzo era un altro, che l'intenzione dell'autrice non era quella di intrattenere, di dare al lettore una storia con cui trascorrere qualche ora piacevole. Il romanzo, a mio modesto parere, è invece una sorta di strumento con cui Stefania Trapani ha cercato di esorcizzare qualche tragica esperienza personale, rielaborandola in chiave romanzata (seppure con una forte componente autobiografica, riconoscibile anche se non conosco personalmente l'autrice). Sotto questa luce, la velocità di alcune scene, la centralità della figura delle protagoniste, dei loro dialoghi, la rapidità con cui gli eventi precipitano, tutto assume un significato diverso e coerente. Le stesse imperfezioni stilistiche, come l'onniscienza del narratore che va e viene, lo spuntare di qualche giudizio personale dell'autrice e il salto frequente di punto di vista perdono importanza di fronte al flusso emotivo che si agita tra le righe.

Alla fine dei sogni, per come l'ho interpretato io, è un romanzo catartico. Un romanzo che lancia un messaggio di positività e di speranza nonostante i temi tragici che tratta e che trasuda emotività, che ferisce pagina dopo pagina con il dolore dell'autrice e che nello stesso tempo, nel finale, ci esorta a non arrenderci alle difficoltà della vita.

mercoledì 27 agosto 2014

RECENSIONE: "A proposito di Dafne", di Monia Colianni


TITOLO: A proposito di Dafne
AUTORE: Monia Colianni
EDITORE: 0111 Edizioni
LINK ACQUISTO: Amazon

IL MIO VOTO: 3,5 su 5


LA MIA RECENSIONE:



Dopo aver terminato questo romanzo in appena un weekend, mi sono chiesto che cosa mi abbia spinto a divorarlo con una voracità che non ricordavo da anni. A prima vista, infatti, la trama rientra in un genere molto lontano dai miei gusti di lettore, e di maschio in generale. Ancora oggi, a qualche giorno di distanza, mentre stendo questa recensione non ho una risposta precisa e proverò pertanto a esporre quel che mi è piaciuto e che, nel suo insieme, deve aver prodotto l’attrazione e l’apprezzamento per il libro.



La storia, se vogliamo, non è nuova: lei cerca l’amore, trova il “principe azzurro”, qualcosa va storto e spezza l’idillio, salvo poi arrivare a un lieto fine nel quale il legame si ripristina ed è ancor più forte. Ma la differenza sta nel condimento, o meglio nella declinazione di una trama all’apparenza classica. Perché lei, Dafne, non è la tipica principessina, ma è una ragazza ribelle, decisa, che nello stesso tempo sogna dolcemente l’amore vero. Lui, Roberto o Bob, è “bello e maledetto”, un uomo affascinante e attraente che all’inizio pare tanto premuroso quanto passionale, ma che ben presto si rivelerà una persona disturbata e con molti e intricati segreti. Intorno ai due protagonisti, un microcosmo in continua evoluzione, che va dall’arrivismo e dall’assenza di scrupoli dei pubblicitari amici di Bob all’amicizia e alla capacità di ascolto di Moris, datore di lavoro di Dafne; dal rapporto difficile coi genitori di entrambi, alle “triangolazioni” amorose che sono uno dei motori della storia. Il tutto innaffiato da una spruzzata di mistero, quello che avvolge il passato di Bob e che Dafne svelerà un pezzo per volta, non in modo indolore.



La narrazione procede con la massima scorrevolezza. Lo stile è giovane, informale, e rispecchia appieno il carattere di Dafne che, pur essendo protagonista in terza persona, rappresenta per quasi tutto il romanzo i nostri occhi sul suo mondo. Ho apprezzato molto il fatto che, a dispetto delle tematiche trattate e dell’essere donna della protagonista, i passi introspettivi siano ben dosati e ben calibrati, senza risultare eccessivamente pesanti e ridondanti. A favorire il ritmo c’è poi un intelligente ricorso a espedienti narrativi che rimescolano le carte, aprendo sempre una nuova strada ed evitando così una stagnazione della storia (penso all’entrata in scena dell’ex di Bob, alla malattia improvvisa della madre di Moris, alla scoperta della parentela francese di Dafne, e così via). Una serie di escamotage usati intelligentemente, dicevo, perché non appaiono come meri strumenti narrativi, ma si inseriscono nelle vicende in modo naturale e plausibile.



Elencati i pregi, l’autrice e “sorella” di casa editrice non se la prenderà se segnalo qualche piccolo difetto. Se ho imparato qualcosa dalle recensioni ai miei libri, infatti, è che i complimenti riempiono il cuore di orgoglio, ma non aiutano a fare passi avanti.



Ecco allora che segnalo, come prima cosa, la presenza di alcuni dialoghi poco naturali, poco quotidiani, ma piuttosto adatti a un film o, peggio, a una telenovela. Avrei gradito, in alcuni casi, una maggiore personalizzazione del discorso diretto, anche perché i protagonisti (e Dafne in particolare) si prestavano bene a una simile operazione. 

Altra pecca, a mio modestissimo parere, è l’eccessiva rapidità con cui vengono stravolte alcune situazioni. Leggiamo di Dafne e Bob che chiacchierano amabilmente dopo aver fatto sesso (evento che ricorre con una frequenza invidiabile…) e tutto d’un tratto una parola, un’espressione, fanno precipitare il dialogo in un violento litigio. Ricordo almeno tre o quattro passi come questo, nei quali magari avrei consigliato all’autrice di sfumare più dolcemente dall’amore all’odio, o viceversa.
Infine, e questa è la segnalazione più seria, ho riscontrato un certo disturbo nella tendenza, che diventa più abbondante soprattutto nella seconda metà del romanzo, a passare dal punto di vista di Dafne a quello di chi le sta intorno. Ritengo che il romanzo funzioni a meraviglia proprio perché, come dicevo sopra, per il 95% del tempo noi vediamo con gli occhi di Dafne e ragioniamo con la sua mente. Eppure ci sono alcuni momenti in cui l’autrice ci porta nella testa di Bob, piuttosto che di Cassandra, o Moris, o altri personaggi secondari: ecco, in questi momenti, che non trovo fondamentali ai fini del romanzo, credo che la storia perda qualcosa. 

Per chiudere, ribadisco quanto questo libro abbia saputo prima catturarmi, poi incuriosirmi, infine stupirmi. Mi dispiace averlo letto con enorme ritardo dopo la sua uscita, ma credo che farò più di un pensiero all’acquisto del nuovo lavoro di Monia!

sabato 9 agosto 2014

Una storia...

C'era una volta una piccola comunità che viveva sperduta in una grande foresta. Al centro del villaggio sorgeva un'alta statua di legno che raffigurava un uomo con le braccia tese verso il cielo. Gli abitanti lo chiamavano Keaf e la sua raffigurazione era l'oggetto più importante per tutta la comunità. Nessuno sapeva con precisione chi l'avesse costruita né quando, ma tutti erano concordi nell'affermare che la sua presenza fosse fondamentale per la sicurezza del villaggio. Non solo, ma la torreggiante riproduzione di Keaf ricordava a tutti il messaggio che egli aveva portato e che era stato trasmesso di generazione in generazione: un messaggio che parlava di collaborazione, di fratellanza, di altruismo, uniche linee guida capaci di garantire la sopravvivenza della comunità.

Ebbene, negli anni di cui vogliamo parlare viveva nel villaggio un giovane, Polt, che era noto per il suo rifiuto di credere a qualunque benefico influsso sulla comunità da parte di Keaf. Polt viveva esattamente come gli altri, collaborando per il bene comune del villaggio, eppure era guardato con distacco e diffidenza. Non riconosceva l'importanza di Keaf, dicevano, e da un momento all'altro quella scelta avrebbe potuto portarlo ad agire in modo contrario ai principi che egli trasmetteva e quindi in modo dannoso per la comunità.

Un giorno un violento temporale si abbatté sul villaggio. I venti indomabili e la tempesta distrussero diverse abitazioni, ma quel che sarebbe rimasto per sempre nella memoria degli abitanti fu il fulmine che colpì direttamente la statua di Keaf, incendiandone la base. Inutili furono i tentativi di domare le fiamme: il fuoco arse la statua di legno e la fece crollare in un turbinio di cenere e scintille.

Sin dal giorno seguente nel villaggio calò una profonda depressione, un senso di sfiducia e rassegnazione che non aveva precedenti nella storia della comunità. Non solo la gente rifiutava l'idea di ricostruire la statua tanto importante - cosa che sarebbe risultata a suo modo blasfema, dal momento che qualcuno credeva che essa non fosse opera dell'uomo, ma di Keaf stesso - ma addirittura nessuno trovava la forza e la voglia di impegnarsi per ripristinare le abitazioni del villaggio. 

L'unica eccezione fu il giovane Polt. Non erano passate nemmeno due ore dalla fine del temporale, che già aveva iniziato a liberare il terreno intorno alla sua casa e a quella dei vicini. Mentre lavorava, incitava a gran voce quanti stavano intorno ad osservare, spaesati e confusi come se non capissero che cosa stesse facendo e come se non sapessero nemmeno bene chi e dove fossero. Persino i genitori di Polt, affacciati alla finestra di casa, scuotevano la testa e lo pregavano di fermarsi, di placare la sua operosità, ché tanto Keaf li aveva abbandonati e non ne valeva più la pena. 

Ma Polt non si fermò e solo la ferma opposizione degli altri abitanti del villaggio riuscì a trattenerlo dal sistemare anche le loro abitazioni. Il giovane non si perse comunque d'animo e continuò, nei giorni seguenti, a vivere e lavorare per la comunità come aveva sempre fatto. Comunità che, a quanto pareva, era crollata assieme alla statua di Keaf, dal momento che la gente, ancora apparentemente stordita, aveva cominciato a pensare più all'interesse personale che a quello collettivo, a lavorare per il proprio sostentamento e a non curarsi delle necessità dei vicini. 

Qualcuno non resse e abbandonò il villaggio, senza salutare, col favore delle tenebre; qualcun altro si tolse addirittura la vita. Solo Polt rimase l'uomo che era. Solo, ora era un po' più felice.


sabato 14 giugno 2014

Sulla felicità e sull'essere speciali

L'altro giorno, mentre stampavo delle etichette al lavoro, la mia mente è tornata alle parole di un mio conoscente. Eravamo a una delle presentazioni de "L'eredità" e questo signore, nella parte riservata alle domande dal pubblico, ha posto un quesito particolare e assolutamente legittimo: come mai un ragazzo come me, che a scuola si è sempre distinto, è finito a fare il semplice impiegato? Posso considerarmi realizzato in una simile condizione?

Quella sera non ebbi modo di rispondere, perché lo fece un altro ragazzo che presentava assieme a me e che si trovava in una situazione analoga. Disse quel che avrei detto anche io, ossia che quando una persona è soddisfatta di quello che fa non deve avere rimpianti per non essere "qualcosa di più".

Approfondendo il discorso, sono arrivato recentemente a interrogarmi ancora sulla questione. Esiste in gran parte delle persone questa idea, secondo cui la piena "legittimazione" della vita può derivare solo dal lavoro. Come forse ho scritto altrove, io credo invece che il lavoro non sia che uno strumento, un mezzo necessario a condurre un'esistenza degna di tale nome (necessario non in senso assoluto, ma perché la società lo ha reso tale) e non il fulcro dell'esistenza stessa.

Ritenere che la soddisfazione e la realizzazione personale debbano passare per forza dal successo sul posto di lavoro è come affermare che al di fuori di quell'ambito non esista niente di abbastanza qualificante, di abbastanza coinvolgente, di abbastanza importante. Quando andavo a scuola avevo buoni risultati, è vero, ma non ho mai dato l'anima per ottenerli. Ho sempre sostenuto l'importanza delle relazioni e degli interessi personali e, per quanto possibile, li ho sempre messi al primo posto. Cerco di fare lo stesso anche nella mia esperienza professionale, nella quale do il massimo, ma che non considerò la parte più rilevante della mia esistenza.

Quella è fuori dal lavoro. È rappresentata dalla famiglia, dagli amici, dagli hobby. Da queste persone e da questi interessi può derivare o meno la soddisfazione, il senso di realizzazione. Dall'opinione che di me riesco a trasmettere, dal ricordo che di me riuscirò a lasciare. Perché in fondo, un giorno, di noi non resterà che la memoria e sarà in quella memoria che la nostra esistenza troverà la sua ultima appendice incorporea. Se ci focalizzassimo solo sul successo nella carriera potremmo essere ricordati come grandi lavoratori o imprenditori di successo, ma io preferisco che la gente guardi a me come "persona" a tutto tondo, con un forte rispetto dei valori e con un profondo amore per la vita.

Questo mi darebbe la piena soddisfazione e con questo obiettivo vivo giorno dopo giorno cercando di essere un uomo positivo, costruttivo, proattivo. Sia che si tratti di chiudere contratti da migliaia di euro, sia che si tratti di stampare qualche etichetta. O di vestirsi da supereroe per far divertire i miei figli!