lunedì 23 settembre 2013

Alethya: arriva l'app per Android!

Quando si dice provarle tutte...

Per promuovere il mio prossimo romanzo in maniera originale ho deciso di cimentarmi in un campo nuovo, cavalcando la moda del momento. Ecco a voi, allora, l'app per Android di Alethya - La Trilogia del Vaso, sviluppata dal sottoscritto. Ovviamente è gratuita, ma a differenza di altre app non potete trovarla sul Play Store di Google, bensì scaricarla direttamente dal link qui sotto: tranquilli, non si tratta di virus, è tutto sicuro e già testato su vari telefoni e tablet. 



Se volete dare un'occhiata all'app e entrare nel mondo di Alethya, seguite queste semplici istruzioni:

- sul telefono o sul tablet Android andate in IMPOSTAZIONI>APPLICAZIONI e attivate l'opzione "Origini Sconosciute";
- cliccate qui e poi su scarica;
- alla fine del download cliccate sul file e eseguite l'installazione.

Aspetto qualunque tipo di commento, se vi va. Grazie.

martedì 10 settembre 2013

La scrittura e i videogiochi

Oltre alla mia famiglia e alla lettura/scrittura, un'altra delle mie grandi passioni è quella dei videogiochi. Già vedo gli intellettuali o sedicenti tali che storcono il naso di fronte a una simile affermazione: un aspirante scrittore che si abbassa al demoniaco livello del rimbambimento videoludico. Ma io non sono un intellettuale, neanche sedicente tale, e non voglio diventarlo. Io voglio vivere bene e divertirmi e i videogiochi, oltre alla mia famiglia e alla lettura/scrittura, soddisfano questo scopo.

Ma c'è dell'altro. Nello sviluppo di un videogioco, di quelli ben strutturati almeno, trovo molte affinità con l'arte di scrivere. In fondo, oltre ai tecnici deputati alla programmazione vera e propria, ci sono persone che devono scrivere trame ben congegnate e coinvolgenti per soddisfare un pubblico di giocatori che, lo dico per esperienza, è sempre più esigente. Io pagherei per poter collaborare alla sceneggiatura di un videogame. 

Tra i numerosi generi di videogame, quello che preferisco è il cosiddetto free-roaming. Che, ad essere precisi, non è propriamente un genere, ma un'approccio, un'impostazione che può essere applicata a diversi generi. C'è la serie di Grand Theft Auto, che è un free-roaming di azione; c'è la serie di The Elder Scrolls, che è un gioco di ruolo fantasy free-roaming; c'è la serie di Assassin's Creed, che è un free-roaming di azione ma a sfondo storico. 

Quel che accomuna tutti è il concetto di poter vagare liberamente per mondi più o meno vasti e costruirsi una propria storia. Esiste una trama principale, ma è possibile ignorarla completamente e dedicarsi ad altro. Con altro intendo missioni secondarie strutturate, ma anche attività del tutto casuali. Spesso, anche io mi ritrovo a vagare senza meta, semplicemente per scoprire nuovi luoghi o vedere cosa fanno i cittadini virtuali. E parte della grandezza di questi giochi sta proprio in questo: in qualunque momento, in qualunque punto della mappa, ci sono personaggi non rilevanti ai fini della trama che fanno qualcosa. Un aspetto che contribuisce al realismo di questi videogame, dando l'impressione di muoversi in un mondo strutturato a 360°. Verosimile.

Quando ho compreso che l'idea di fondo della mia trilogia di Alethya doveva essere ambientata in un mondo alternativo ho tenuto presente questi concetti. La mia esperienza videoludica si è rivelata fondamentale per aiutarmi a creare un mondo nuovo. Mi ha suggerito, prima di tutto, che uno dei modi più efficaci per descrivere luoghi fittizi e diversi dal nostro è raccontare ciò che fanno e pensano le persone che li popolano. E mi ha poi spinto a inserire note di colore nel romanzo, includendo qualche breve capitolo in cui ci si sposta dal cuore dell'azione per andare a sentire la voce o le reazioni della gente comune, nelle case o per le strade. 

Il risultato è che Alethya è un Regno un po' più solido, non solo abbozzato. E mi auguro di essere riuscito, in questo modo, a trasmettere la certezza che intorno alle vicende principali ci sia un mondo che gira e vive e respira e pensa. Con me stesso ha funzionato: la curiosità di sapere che cosa accade oltre le montagne a nord, o nelle terre all'estremo oriente, si trasformerà probabilmente in una futura raccolta di racconti.

Tutto questo da qualche "stupido" videogioco. Vi sembra poco?

giovedì 1 agosto 2013

EAP e AAP

Non devo certo dilungarmi a parlare di EAP, un acronimo ormai noto e da cui, a meno di casi di ingenuità eccessiva o ego smisurati, qualunque aspirante scrittore dovrebbe tenersi alla larga. Eppure mi vedo costretto a tirare in ballo l’editoria a pagamento anche sul mio blog, se non altro per dire la mia sulle vicende che nei mesi scorsi hanno riguardato la mia attuale casa editrice e i cui strascichi si protraggono ancora.

In breve, anni fa la 0111 Edizioni fu accusata di pubblicare a pagamento. Accusata ingiustamente e altrettanto ingiustamente diffamata. Proprio perché essere definito EAP è denigrante per un editore onesto e ancor di più, forse, per i suoi autori. Io stesso, sebbene gli ultimi sviluppi abbiano portato a una totale smentita, mi sono trovato in imbarazzo, perché non vorrei che si accostasse il mio nome all’editoria a pagamento neanche per un secondo.

La 0111 Edizioni, dicevo, ha querelato chi l'ha accusata ingiustamente e ha ottenuto ragione. Confermo, semmai ve ne fosse bisogno, che di contributi non ne vengono richiesti e che la selezione esiste. Inviai loro anche “M@rcello” nel 2011 e fui scartato. Eppure, come se in qualche modo si fosse deciso di perseguitare questo editore, di tanto in tanto spuntano articoli di blog che criticano le condizioni contrattuali proposte dalla 0111. Basta scrivere 0111 su Google e ne troverete un paio. In sintesi, si accusa l’editore di non riconoscere i diritti all’autore se non dopo le 250 copie vendute (o le 125 vendute grazie all’impegno dell’autore stesso) e di assicurarsi il diritto di prolungare il contratto a oltranza, fino a tale obiettivo.

Allora ho capito che, mandato in pensione o quasi il mostro delle EAP, siamo entrati nell’era degli AAP. Gli autori a pagamento. La gente che scrive perché vuole guadagnare.

(L’argomento è delicato. Chissà che non cominci ad avere qualche lettore in più sul mio blog. Se non altro per ricevere degli insulti.)

Scrivere è una passione. Chiunque scrive lo fa per esprimersi, per cimentarsi in qualcosa di nuovo e grande, per emulare. A differenza di altre passioni, è impegnativa, logorante a volte, richiede tempo e solitudine. Il risultato però, se c’è, trasmette una soddisfazione che altre esperienze non riescono a dare. E questa è una prima ricompensa al nostro lavoro, una ricompensa di quelle che possiamo aspettarci e pretendere. La seconda è che qualcuno legga e apprezzi il nostro lavoro; amici, parenti o conoscenti. La terza è che un editore valuti positivamente la nostra opera, ci aiuti a migliorarla e decida di investire su di essa. Ciò porta con sé alcuni eccezionali effetti secondari che si chiamano presenza del nostro libro in alcune librerie della nostra zona, presenza del nostro libro col nostro nome su siti come IBS e Amazon, eventuali recensioni dei nostri libri da parte di perfetti sconosciuti, autorizzazione a organizzare presentazioni pubbliche in librerie o biblioteche.

Non è una ricompensa questa? Non ripaga i nostri sforzi? Non valorizza il nostro impegno?

No, evidentemente. C’è gente convinta che il proprio romanzo, magari il primo, non solo debba essere pubblicato, ma debba garantire dei guadagni. Come se l’unica gratificazione possibile, o comunque l’unica che conta, fosse quella monetaria. E allora ecco le critiche – tra l’altro ancora ingiustificate, come dimostrerò più sotto – a editori come la 0111 Edizioni che, per un motivo o per l’altro (chi siamo noi per indagare o alludere? Abbiamo mai gestito una casa editrice? Sappiamo che cosa questo comporti? Io no, quindi non parlo), non possono garantire diritti d’autore milionari. Ma ripeto: ci selezionano, ci pubblicano, ci danno valore, investono su di noi con tutti i rischi che ciò comporta…

Se riduciamo lo scrivere a un’altra, mera attività per il profitto personale significa che siamo vuoti. Vuoti e falsi. Che le emozioni che mettiamo nei nostri libri, nei personaggi delle nostre storie, sono costruite a tavolino, preconfezionate, un copia e incolla studiato nei minimi dettagli per creare un prodotto commerciale. Che mentre battiamo i tasti al computer non siamo mossi dall’ardente desiderio di creare, ma dal freddo tintinnio delle monete che speriamo di accumulare. È triste.

Non dico che il guadagno non ci debba essere, ma deve venire da solo. Eventualmente. Per quanto mi riguarda, mi basta non andare in perdita. E se un giorno, per assurdo, dovessi diventare uno scrittore di grido della Mondadori o della Nord e dovessi fare i milioni, ugualmente riterrei la scrittura un fine e non un mezzo. Non scriverei mai un romanzo perché mi chiedono di farlo, perché serve.

Per finire, due conti della serva, alla faccia di chi dice che con 0111 Edizioni non si può guadagnare. Io personalmente sono più o meno in pari, non ho problemi a dirlo, ma ho venduto poco (e questo non dipende certo dall’editore…). Chi parla di diritti d’autore non considera che 0111 permette di acquistare copie personali con sconti fino al 40%. Posto che un piccolo autore come me, uno di quelli che non raggiungerà le 250 copie, vende principalmente di persona, a presentazioni o a conoscenti, significa che quel 40% è tutto guadagnato. Se il libro costa 10€ e ne compro 50 copie, spendo 300€. Se le rivendo tutte guadagno 500€… chiunque abbia fatto la seconda elementare può trarre le proprie conclusioni. Se invece sono un autore che raggiunge le 500 o le 1000 copie, allora arriveranno anche i diritti previsti da contratto e ancora una volta i devoti al dio denaro sono soddisfatti.

Per prevenire spiacevoli incomprensioni, ricordo che comunque non esiste obbligo di acquisto neanche di una sola copia. E che tutte le clausole sono specificate in un contratto che chiunque può leggere e rifiutare anche prima di inviare il manoscritto in visione. Sarebbe poi buona cosa, in caso di rifiuto, evitare di parlare male dell’editore e quindi, indirettamente, dei suoi autori, solo perché la si pensa in modo diverso.


Se ho detto cose stupide, scusatemi. Ma sono un romantico, e un sognatore.

venerdì 26 luglio 2013

Sui sogni

Il mio primo esperimento di "poesia" era un brevissimo e banalissimo componimento intitolato "Gli incubi sono meglio dei sogni" - quello che in ambito giornalistico si definirebbe un titolo freddo. In breve, spiegavo in rima come fosse meglio svegliarsi terrorizzati dagli zombie e scoprire che non esistono, piuttosto che aprire gli occhi e dover ammettere che l'esperienza gratificante che stavamo vivendo era solo frutto dell'immaginazione.

Questa breve premessa serve a introdurre una riflessione che mi ha impegnato più volte, negli anni, e che di tanto in tanto si riaffaccia alla mia mente. Non parlo del concetto espresso da quella infantile poesia, ma di qualcosa di più profondo, e filosofico forse.

I sogni sono la nostra finestra di collegamento verso il passato e il futuro, verso altre vite che potremmo vivere, che non vivremo mai o che in qualche caso stiamo vivendo, senza averne coscienza.

Che cosa determina la nostra percezione della realtà? O meglio: che cosa ci fa comprendere che siamo vivi? Io ritengo che siano le sensazioni, ma ancor più i sentimenti che ne derivano. Capisco di essere vivo quando soffro per la perdita di qualcuno, quando un bacio mi riempie di energia positiva, quando un tramonto o una melodia mi aprono il cuore. È quel che vedo e che tocco, ma soprattutto quel che sento.

Certi sogni trasmettono sensazioni analoghe, a volte anche più intense, di quelle che sperimentiamo nella vita reale. Chi ci assicura, allora, che quella che viviamo di notte non sia una vera e propria esistenza alternativa, o una di tante, a cui abbiamo accesso solo sporadicamente, grazie alle facoltà sconosciute della nostra mente? Se esistere è provare emozioni, come sostengo, allora il sogno è una diversa forma di esistenza.

Nei due anni successivi alla morte di mio nonno l'ho sognato varie volte. In una occasione, la sera dopo il mio compleanno, rispondevo al telefono e sentivo la sua voce. Si scusava per avermi fatto gli auguri in ritardo e mi diceva che comunque era contento di vedere che le cose mi andavano bene. In un altro sogno scoprivo invece che mio nonno era accanto a me e, alzandosi, mi veniva incontro e mi abbracciava. In entrambi i casi mi svegliai appagato, felice. Non di quella felicità derivante dal dire «Ho sognato il nonno». Io avevo rivisto mio nonno, lo avevo toccato, avevo interagito con lui in quella vita alternativa a cui il sogno mi aveva permesso di accedere.

In altre vite parallele io faccio un altro lavoro, conosco altre persone, vivo in Paesi diversi. Quelle vite per me hanno la stessa consistenza di quella in cui mi trovo ora, mentre scrivo: l'unica differenza è che questa la sperimento con costanza, le altre invece si manifestano di rado e per brevi intervalli. Ma sono sufficienti ad acquisire validità, dignità, e a farmi essere contento, pieno, perché ho la certezza che grazie ad esse la mia anima può esplorare tutte le possibilità dell'esistenza. 

Uscendo ora dalla riflessione poetico-filosofica e riapprodando alla razionalità, potrei dire in coro con voi: «Dai, ma ci credi davvero o volevi riempire un post del blog?» Mi rendo conto che sono pensieri privi di fondamento, senza alcuna prova e per certi versi fantascientifici, ma sono altrettanto consapevole che ho piena libertà di crederci. 

D'altronde, miliardi di persone credono in Dio e qualcuno ha mai provato che esista? Ma la vera domanda è: se una cosa ci fa sentire meglio, è davvero necessario dimostrarne la veridicità?

giovedì 11 luglio 2013

A scuola di amore

Andreste mai a scuola di amore? 

Intendo una scuola dove vi insegnino come amare: come bisogna far battere il cuore, come bisogna provocare la sensazione di vuoto allo stomaco quando si vede la ragazza o il ragazzo dei propri sogni, come si stimola la sensazione di leggerezza dopo un suo saluto, un suo sorriso, un suo bacio. Una scuola dove vi espongano le regole a cui attenersi per innamorarsi, iniziare e continuare la vostra relazione sentimentale.

Non so voi, ma io no, non ci andrei. Mi irriterei anche con chiunque me la proponesse, a dire il vero, e sapete perché? Perché l'amore, per sua stessa definizione, non può essere assoggettato a regole. Un sentimento così profondo, così totalizzante, non può essere vissuto appieno se non lo si lascia completamente libero, senza porre freni, senza cercare di costringerlo entro i limiti di qualunque forma di razionalità. 

In una delle interviste che colleghi blogger mi hanno gentilmente concesso, ho dichiarato che «Per me scrivere è una passione e una missione personale: l’obiettivo è rendere la mia vita meno noiosa, meno piatta, meno ordinaria. [...] scrivere non deve essere un business. Scrivere deve essere come amare.» L'argomento che trattavamo era diverso, ma l'analogia con l'amore si presta al ragionamento che voglio portare avanti con questo post.

Ho sentito parlare di decine di corsi di scrittura creativa. Non ne ho mai frequentato uno, nè mai ne frequenterò, nè tanto meno asservirò la mia ideologia personale al profitto e accetterò di tenerne uno in futuro, se mai qualcuno me lo chiedesse. A dire il vero, non mi sono mai neanche interessato ai temi che possano essere trattati in un corso del genere, e tutto ciò potrà essere usato contro di me per accusarmi di parlare senza esperienza, senza cognizione di causa.

Il fatto è che l'idea stessa che qualcun altro, chiunque altro, voglia insegnare le regole della scrittura mi fa storcere il naso. Le uniche regole che esistono sono quelle grammaticali, e da quelle non si scappa, ma c'è già la scuola per questo. Tutto il resto deve derivare dal singolo aspirante scrittore, dal suo bagaglio culturale, dalla sua esperienza come lettore, dal messaggio che vuole trasmettere. Senza regole prestabilite. Altrimenti avremmo centinaia di libri identici, nei quali cambia la storia ma dove non si sente l'individualità stilistica dell'autore.

I giudici saranno i lettori, ma valuteranno secondo il loro gusto personale e non secondo l'adesione a regole preconfezionate. Allo stesso modo in cui la nostra amata non ricambierà il nostro amore perché le abbiamo regalato rose rosse e l'abbiamo portata a cena, come nei film, ma perché siamo noi stessi. È vero, potremmo anche fingere di essere qualcun altro, negare noi stessi, conformarci, e prenderci la bionda avvenente invece della ragazza acqua e sapone. 


Ma saremmo davvero felici?

martedì 25 giugno 2013

Al via il progetto TasteMyBook

Festeggio le prime 1000 visite al mio misero blog con un nuovo post promozionale. Proprio ieri è stata inserita la prima voce sul nuovo sito TasteMyBlog, ideato e gestito dal sottoscritto. Un'idea nata venerdì scorso, al mattino, e che ha preso forma nel weekend, per poi partire in quarta già ieri.


Il blog nasce da una constatazione e con un fine. La constatazione è che gestire un blog nel tentativo di vendere i propri libri e di parlare di se stessi è noioso, deprimente a volte, e non porta alcun risultato. Tutti scriviamo di noi stessi e non leggiamo degli altri. Siamo migliaia di negozi senza un cliente. Molto meglio, allora, impegnarsi per promuovere i libri di colleghi, per parlare di loro. Se si mette in moto il meccanismo, automaticamente gli effetti benefici arriveranno anche per me. 

Fermo restando che il fine non è questo. 

Il fine è divertirmi, assecondare una mia grande passione e fare, fare, fare. Perché a stare fermo non riesco, la vita è troppo preziosa e corta per perdere tempo. Per non provare a fare questo, e anche quest'altro, senza sosta.

Ci sono molti altri blog che offrono servizi per emergenti. Di molti ho usufruito, come potete vedere nella sezione news, ma per quanto ne so nessuno è come TasteMyBook. Nel senso che l'idea, in sè, è nuova e originale e trae spunto dall'esperienza del Torneo Letterario Io Scrittore, dove si leggono e commentano incipit di romanzi di altri, mettendo a giudizio anche il proprio. TasteMyBook funziona un po' nello stesso modo, ma gli autori possono far giudicare qualunque brano tratto dai loro libri.

Non ho molto altro da dire, ho già scritto tutto dall'altra parte. La speranza è che l'idea venga premiata e che possa portare giovamento ai miei colleghi. 

Allora, cosa aspettate? Andate qui!

venerdì 31 maggio 2013

La città di Lego



Un mio amico, quand'ero bambino, aveva riempito un'intera stanza con una città in miniatura fatta di Lego. Io ero estasiato e sono certo che nel mondo ci sarà chi ha fatto ancora di meglio, dando vita a un piccolo universo fatto di omini dalla testa gialla e rotante e dalle mani a uncino. Il bello di quelle costruzioni è che, se sono sufficientemente complesse e curate, le guardi dall'alto e ti sembra di ammirare la nostra realtà in piccolo.

Quando la Zerounoundici mi ha proposto di pubblicare il mio romanzo "L'eredità", in realtà mi ha aperto le porte a uno di questi micro-universi, quello della piccola e media editoria in particolare. Non potevo saperlo, all'inizio, ma me ne sono reso conto strada facendo. E il paragone con la città dei Lego, che calza a pennello, è nato durante l'ultima presentazione del libro a Sabbioneta, anche grazie alla mia relatrice ufficiale Monica Martelli (che, chissà perchè, mi stimola sempre trovate come questa).

Prima di pubblicare ho dovuto muovermi con un piccolo editor che mi ha seguito nella sistemazione del romanzo. Poi ho cominciato, con amici, a cercare piccoli luoghi adatti a un piccolo pubblico per una piccola presentazione. Col tempo, seguendo l'esempio di altri emergenti, ho contattato piccoli blog che realizzano piccole interviste e piccole recensioni per piccoli autori come me. Ho conosciuto altri piccoli colleghi (senza offesa) e abbiamo instaurato piccole relazioni di scambio di opinioni e di strategie. Ho proposto il mio libro in conto vendita a piccole librerie. Ho partecipato a piccole fiere della letteratura, realizzando piccole vendite. Ho ottenuto piccole soddisfazioni.

Ma sapete qual è il bello? Che io non sono fuori da questo sistema, come potrebbe essere un osservatore dall'alto (diciamo un grande autore di una grande casa editrice? Diciamo un detrattore, che ritiene quello di scrive tempo perso, a meno di non diventare famoso e plurimilionario? Diciamo uno scrittore che non riesce a pubblicare e sfoga la sua frustrazione verso colleghi leggermente più fortunati, o meritevoli?), ma ne faccio parte. E, secondo la teoria della relatività (?), tutti quei "piccolo" per me non esistono. Per me è tutto vero, tutto grande, tutto da sogno.

Mi sono ritrovato in un mondo che riproduce, in miniatura, le dinamiche della grande editoria. E se le proporzioni sono ridotte, lo stesso non si può dire per le emozioni che ne derivano. Non sto dicendo che mi sento un grande scrittore pubblicato da un grande editore, non lo dirò mai. Ma mi sento realizzato e stimolato ad andare avanti, senza peraltro avere sulle spalle la responsabilità di dover gestire qualcosa di più grande di me.

Scrivere per me si sta trasformando da hobby a secondo lavoro. Il tempo libero lo dedico a cercare fiere, interviste, siti che recensiscono; a preparare locandine, volantini; a contattare librerie o biblioteche. Quando non scrivo e non leggo, ovviamente. 

E quando non gioco ai Lego coi miei figli...